LE MASCHERE IN PSICOLOGIA

“Ogni uomo mente, ma dagli una maschera e sarà sincero” Oscar Wilde

Il carnevale è sempre stato l’unico periodo durante il quale era possibile sovvertire l’ordine prestabilito e rovesciare le certezze di tutto un anno; e lo è stato sempre da tempi antichissimi. 

Jung nelle sue formulazioni sui temi universali (archetipi) dell’inconscio collettivo, individuò in quella che chiamò “Persona” (nel senso etimologico di maschera) quel ruolo o copione che ognuno svolge in determinate circostanze per rispondere alle richieste del mondo esterno.

Ma come si lega tutto questo al caos carnevalesco? 

Dunque, si può aggiungere che la nostra crescita parte da un disordine iniziale e che per crescere abbiamo tutti bisogno di decidere quello che vogliamo essere, spesso lo facciamo per adeguarci alle situazioni esterne, mettendo una maschera appunto.

Per fare un esempio un bambino piccolo non sa ancora bene chi è (una specie di piccolo caos), lo scoprirà nel tempo e quando crescerà potrà dire “io sono così e così…”, nel frattempo inizia a definirsi in base allo sguardo dei suoi genitori, in base alle loro aspettative; potremmo dire in base alle maschere che il padre o la madre gli fanno indossare quando ancora lui non ne ha una propria.

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” diceva Oscar Wilde, evidenziando come in molte occasioni il proprio pensiero si esprima più facilmente nella sicurezza dell’anonimato, nella “giustificazione” dell’ebrezza o, perché no? nella “distanza” di blog e social network. 

Anche le persone comuni dunque indossano maschere

tanto più quanto più sentono di dover nascondere parti di sé che ritengono “non normali”, “inadeguate”, “non accettabili”. Il nostro comportamento scaturisce dalla nostra opinione: dall’idea che ci siamo costruiti su di noi e sul mondo. 

Da qui anche le scelte su ciò che riteniamo di poter o non poter mostrare, di dover o non dover mascherare.

La maschera di chi sopporta le violenze senza denunciare, quella di chi non ha il coraggio di lasciare e preferisce tradire, quella di chi finge affetto negando il proprio vuoto emotivo, quella di chi finge disinteresse per paura di amare. E poi quella dell’indifeso, quella del leader, quella del “tutto bene grazie”, quella del pagliaccio a tutti i costi, quella del seduttore, dell’ “oddio che mal di testa” o del “è un’ingiustizia però”. Ogni maschera con il suo specifico aspetto, ognuna con la propria funzione, una maschera per ogni stagione del nostro umore.

Pensiamo all’adolescente e alle sottoculture urbane alle quali sceglie di aderire, e dalle quali si fa definire e rappresentare. Dirsi ed essere Punk, Metal, Hip Hop, Dark, Emo piuttosto che Hipster per esempio, è frutto di un processo di separazione dai genitori, di esplorazione, e di individuazione: attraverso le sperimentazioni l’adolescente abbandona lentamente il concetto di sé costruito sull’opinione di madre e padre per sostituirlo ad una considerazione di se stesso derivata dai giudizi dei coetanei, ove è di fondamentale importanza il senso di appartenenza.

Mentre una rigida identificazione in una maschera è fisiologica nell’adolescente impegnato in un complesso compito evolutivo, così non è per l’adulto. Molti dei comuni disturbi di natura psicologica (per es. disturbi d’ansia, del comportante alimentare o della sfera sessuale, attacchi di panico, ipocondria, ecc.) hanno a che fare con la riduzione della gamma di espressioni del proprio essere, che l’individuo mette inconsapevolmente in atto nella speranza di evitare un conflitto interiore, prima che interpersonale. Non a caso uno degli scopi della psicoterapia è aiutare il paziente a costruire un’immagine diversa e più ricca di sé, e una più versatile personalità in grado di muoversi agevolmente nel teatro del quotidiano con i costumi che più sente propri. Gli sarà così possibile finalmente scrivere, e rappresentare, la sceneggiatura della sua vita: da comparsa a protagonista, da passivo a creativo, da cliché ad individuo unico ed irripetibile.

di Valentina Negro

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