UN TESORO NASCOSTO

Il borgo di Leri  tra gloria e dolori

Ricorre quest’anno il 160° anniversario della visita del Maestro Giuseppe Verdi al Borgo di Leri. 

A Leri, infatti, furono ospiti tantissimi personaggi di importanza nazionale (Costantino Nigra, Vittorio Emanuele II, Sir James Hudson) . 

Nello stesso anno, il 1859, precisamente a maggio, gli austriaci giunsero a Vercelli nel tentativo di isolare l’esercito piemontese prima dell’arrivo degli aiuti francesi. Fu in quell’occasione che, attraverso l’inondazione dell’agro vercellese, ad opera dell’ingegner Carlo Noè, si impedì l’invasione austriaca e Vercelli guadagnò l’onorificenza per meriti risorgimentali.

Le parole di Cavour in Parlamento sottolinearono la valorosità dell’impresa e “l’esemplare abnegazione delle popolazioni”. 

È proprio nella nostra terra che Cavour trascorse la maggior parte del tempo ed ebbe le più grandi ispirazioni. Più di 80 lettere scritte a Leri documentano quanto della sua vita spese qui il Conte dedicandosi ad una moltitudine di affari, sperimentazioni, progetti senza  mai tralasciare i propri impegni politici proiettati verso la difesa e l’Unità d’Italia. 

Oggi può sembrare ben poca cosa, ma se calcoliamo che, per percorrere i 90 kilometri che separano Torino da Leri, erano necessarie dalle 8 alle 10 ore di carrozza, tutto può apparirci più chiaro. 

Il legame che si creò tra il Conte ed il nostro territorio fu profondissimo.

Il Borgo di Leri, anche se depredato, racchiude ancora molti tesori.

La vita a Leri è stata intensa e faticosa: contadini, mondine, ristoratori, fabbri, maniscalchi, fattori, braccianti, medico (pagato per vivere lì proprio da Cavour), falegnami, macellai si affaccendavano nelle loro imprese quotidiane. Il Conte non si risparmiava: si svegliava all’alba per seguire i lavori nei campi. Generoso, attento ma giusto arrivò a possedere più di 140 capi di bestiame, una cifra enorme per l’epoca. Curioso sperimentatore conservava l’umiltà di chiedere consiglio al fidato collaboratore Giacinto Corio. Nei momenti di riflessione sulle strategie da adottare, i due soci si sedevano, l’uno di fronte all’altro, sul ponticello che conduce al cortile antistante la chiesa realizzata da Francesco Guala. È bello ed affascinante immaginare come la loro energia possa essersi infusa in quei mattoni, sentire di poterne trarre ispirazione

È triste, invece, vedere come, da quella ricchezza e dal suo potenziale, nessun uomo abbia, successivamente, saputo trarre insegnamenti per riportare agli antichi splendori il Borgo di Leri e farlo diventare il cuore pulsante delle Grange e motivo di vanto nonché occasione di sviluppo economico e turistico per il nostro territorio.

Nell’epoca in cui visse Cavour le grandi invenzioni meccaniche, la corrente elettrica non erano ancora state inventate. Gli spostamenti erano lunghi e costavano molta fatica.

In quell’epoca, però, c’erano orgoglio ed ambizione a sopperire a tutte le carenze di mezzi e comodità. Semplici contadini riuscirono a bloccare 45000 soldati austriaci e 200 cannoni allagando i campi;  una manciata di uomini unirono l’Italia senza telefonarsi; 14000 uomini costruirono 83 kilometri di canale in tre anni tutto con braccia e badile.

Noi, con tutte le nostre comodità, non siamo in grado di conservare un piccolo Borgo dagli insulti del tempo e dell’ignoranza e, anzi, molti abitanti non ne conoscono neppure le glorie e lo ritengono un luogo inutile.

Le parole proferite da Cavour in Parlamento a commento dei fatti del 1859 ben si adattano, centosessant’anni dopo, alle sorti del Borgo di Leri da lui tanto amato: …”mi si permetta di parlar di volo di questo fatto che onora altamente il nostro Paese. Di questo avvenimento, mi sia lecito dirlo, non si è tenuto conto abbastanza; se fosse accaduto in altri Paesi se ne sarebbe parlato molto di più e l’impressione all’estero ne sarebbe stata più viva”…

Forse non sapevi che:

La proprietà del Borgo passò da Camillo Borghese (padrino di battesimo del Conte di Cavour, marito di Paolina Bonaparte, cognato di Napoleone Bonaparte) a Michele Benso, padre di Camillo , nel 1822. Camillo, figlio cadetto,  venne inviato a Leri nel 1835 dal padre per amministrarlo. Alla morte del Conte (1861), la proprietà passò al fratello Gustavo. Ainardo, figlio di Gustavo, ereditato il Borgo lo donò, per dispetto, all’Ospizio Generale di Carità di Torino.

In seguito la proprietà giunse alla famiglia Viganò di Torino che la mantenne sino all’esproprio avvenuto da parte di Enel intorno agli Anni Settanta e finalizzato alla costruzione del secondo polo nucleare (bloccato dal referendum del 1987) che, originariamente, doveva essere realizzato in prossimità di Lucedio.In quegli anni iniziò la decadenza del bellissimo e pretigiosissimo Borgo di Leri.

Nel 2007 , ormai troppo tardi, venne posto sotto il vincolo della Soprintendenza e riconsociuto come bene immobile di grande valore storico e culturale.

di Marianna Fusilli

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