ANGELO VARVELLI

T’è ša l’va sü?

Chi di noi si è mai chiesto: ma chissà com’era Trino prima che io nascessi?

Io sono un tipo nostalgico per cui me lo sono chiesto spesso e ho sempre desiderato ampliare le mie conoscenze sulla vita di una volta, facendomi raccontare dai nonni le scene quotidiane di quando loro erano piccoli.

Soffermandomi su questa generazione nata poco prima della II Guerra Mondiale, che ha contribuito in larga misura alla trasformazione fisiologica del Paese nel corso degli anni post-bellici del boom economico, non posso non pensare ad una persona in particolare per quanto riguarda la scena trinese: il poliedrico Angelo Varvelli.

Indipendentemente dalla mia relazione parentale con lui, il suo ricordo alberga in numerosi cuori ed è innegabile che la sua figura abbia caratterizzato per molti anni la vita di Trino.

Ogni volta che vado in centro, mi aspetto di incontrare la sua inconfondibile sagoma che mi chiede, fra il serio e il faceto:”T’è ša l’va sü?”

Grazie ad Angelo, scrittore di poesie in dialetto, pittore e scultore naif e molto altro, ho potuto rivivere emozioni e ricordi del passato e mantenere accesa la mia passione per la tradizione locale.

Avendo a disposizione un buon quantitativo di materiale da lui prodotto, fortunatamente un giorno mi capitò di mettere le mani su diverse videocassette impolverate, registrazioni rarissime e consunte di sue rappresentazioni teatrali in dialetto trinese raffiguranti scene di vita passata, in cui si parlava di mestieri ed oggetti ora del tutto inutilizzati e che probabilmente cadranno nel dimenticatoio. Così come leggendo le sue poesie, è possibile scoprire dettagli sui personaggi che popolavano Trino che in qualche modo hanno destato la sua attenzione, immortalandoli con una definizione spesso scherzosa.

Mi piacerebbe che ognuno di noi si soffermasse a riflettere per far emergere un ricordo, che sia collegato al nostro Angelo o che riguardi qualche altro personaggio tipico che ha caratterizzato Trino. Un istante per rimembrare quelle persone che hanno riempito le nostre “cuntrà” in un modo difficilmente eguagliabile. Il mio aneddoto personale al riguardo risale a quando iniziai la mia avventura universitaria a Torino e lì mi dovetti trasferire per 9 anni. Mio papà, conscio delle mie preoccupazioni e del mio attaccamento al paesello, mi consegnò una raccolta di poesie dialettali scritte da suo zio Angelo Varvelli e mi disse di leggerne una in particolare che così diceva:

Fami ‘n piasì gros: salüta ‘l cuntrà

al piasi, i’aruêti, salütii par mi.

Mi vagh luntan a travajà, 

venta chi vaga,

par pudi daii ‘n toc päñ al mé masnà.

Ma se ‘n bél dì ‘mnirö cà cuñ di sold,

i t’farö ‘n munument

chi faruma ‘ rmagni ‘ncantà tüta la gent.

Ma, se par cas i ‘mnirö püneñ a cà

Salüta tü-c par mi, ruêti, piasi, gent e cuntrà.

di Cristiano Varvelli

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