MIO FIGLIO È UN HIKIKOMORI?

Generazione di autoesclusi

Hikikomori è una parola di derivazione giapponese che significa letteralmente ritiro dalla realtà sociale. Il fenomeno è molto conosciuto nella realtà nipponica da quasi trent’anni ormai ed è particolarmente rivolto a giovani, soprattutto maschi tra i 18 e i 30 anni.

In realtà studi recenti hanno dimostrato come la società estremamente competitiva ed orientata unicamente alle performance scolastiche e lavorative con ritmi estenuanti non è più tipica di quei paesi ma si è diffusa a macchia d’olio in tutto il globo.

Koyama et al. (2010) hanno indagato quali sono le fasce d’età più colpite. Dalle loro analisi è emerso che l’Hikikomori si può manifestare già a partire dai 10 anni e, successivamente, intorno ai 40 anni, ma che è più diffuso negli anni corrispondenti alla scuola secondaria di secondo grado e all’inizio dell’Università, ovvero fra i 15 e i 19 anni.

I primi campanelli d’allarme sono facilmente ridimensionati da timidezza, svogliatezza, in realtà dietro a queste prime manifestazioni il ragazzo o la ragazza comincia a percepire la pulsione all’isolamento sociale, senza però riuscire a elaborarla consciamente. 

Si accorge di provare malessere quando si relaziona con altre persone, trovando maggiore sollievo nella solitudine.

Eccoli:

• il rifiuto saltuario di andare a scuola utilizzando scuse di qualsiasi genere 

• il progressivo abbandono di tutte le attività “parallele” che richiedono un contatto diretto con il mondo esterno (per esempio, le attività sportive)

• una graduale inversione del ritmo sonno-veglia e la preferenza per attività solitarie (soprattutto legate alle nuove tecnologie come, per esempio, i videogames o il consumo sregolato di serie TV sui portali di streaming). 

Gli hikikomori vivono meglio la notte perché si allenta in loro la “doverizzazione” ad affrontare la quotidianità, mentre gli altri dormono loro possono “tirare il fiato”.

Successivamente nella seconda fase si trascorre la quasi totalità del proprio tempo chiusi nella camera da letto dedicandosi ad attività solitarie.

I contatti sociali con il mondo esterno si limitano ora quasi esclusivamente a quelli virtuali, coltivati attraverso il web soprattutto utilizzando chat, forum e giochi online. Viene mantenuto anche un rapporto (spesso conflittuale) con i genitori e gli altri membri della famiglia.

Nella terza fase l’hikikomori sprofonda in un isolamento pressoché totale, esponendosi a un grande rischio di sviluppare psicopatologie (soprattutto di natura depressiva e paranoide).

Le cause possono essere diverse:

caratteriali: gli hikikomori sono ragazzi indubbiamente intelligenti, ma anche particolarmente introversi con difficoltà nell’instaurare rapporti sereni e duraturi e mancanza di auto efficacia ossia estrema difficoltà ad affrontare crisi e problemi

familiari: assenza effettiva o emotiva della figura paterna e attaccamento invischiante con la madre

scolastiche: il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d’allarme dell’hikikomori. L’ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo. Molte volte dietro l’isolamento si nasconde una storia di pregresso bullismo.

sociali: gli hikikomori hanno una visione molto negativa della società e soffrono particolarmente le pressioni da cui sfuggono.

La dipendenza da internet viene spesso indicata come una delle principali responsabili dell’esplosione del fenomeno, ma non è così: essa rappresenta una conseguenza e non la causa.

Togliere internet quindi non è un suggerimento efficace per “sbloccare” i rintanati.

Cosa fare? Chiedere aiuto è la prima cosa, fortunatamente anche in Italia si è iniziato a parlarne creando un’associazione di genitori ed esperti (www.hikikomoriitalia.it), campagne di sensibilizzazione e informazione nelle scuole. Certamente trascinarli dallo psicologo non porta a nulla di buono, in questo caso il curante andrà a domicilio. Il trattamento non è scontato: i ragazzi generalmente sono refrattari a trattamenti psicologici e in particolare gli hikikomori, soprattutto nelle prime fasi, non ritengono di avere un problema (“il problema è la società”). 

Interventi tra pari, spazi terapeutici di gruppo per ricreare nuove zone di comfort sono da preferire una volta attivato il percorso di cura.

di Valentina Negro

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